le idee > news > Don Virginio Colzani, prete partigiano, ribelle per amore
PDNews 24 APRILE 2018
Don Virginio Colzani, prete partigiano, ribelle per amore

Don Virginio Colzani, prete partigiano, ribelle per amore

Volti alla Libertà. Storie e volti delle donne e degli uomini della Resistenza nel Milanese

di La redazione

Don Virginio Colzani, sacerdote e partigiano (Giussano, 10 giugno 1920 - Gallarate, 9 agosto 2001)

Virginio Colzani nasce a Giussano, in una famiglia numerosa, di estrazione operaia. Il padre, Angelo, è convintamente comunista e antifascista, idee per le quali sarà arrestato e mandato al confino, costringendo la famiglia a sopportare condizioni di vita durissime. L'esempio del padre e la sua aspirazione alla giustizia segneranno profondamente la vita di Virginio. Che, capace negli studi e sostenuto dal parroco del paese, riesce a diplomarsi al ginnasio. Prende poi la via del sacerdozio e viene ordinato il 3 giugno 1944.

Viene assegnato alla parrocchia di Pontevecchio, frazione di Magenta, dove è coadiutore dell'oratorio. Dopo pochi giorni il giovane prete riceve una strana visita, da cui scaturirà la sua scelta di aderire alla Resistenza. In un'intervista rilasciata mezzo secolo dopo, don Virginio la ricorderà così:
«Mi vedo capitare in casa un tizio, con una valigia, che mi dice: può tenermela per favore? Ho bisogno di un favore. Può trattenermi questa valigia? Mi dice anche: qui non ci sono cose compromettenti per lei, si fidi. Io, come prete, potete immaginare se non mi fidassi delle persone. Ho ricevuto la valigia. Lui m’ha detto: quando arriverà uno a ritirarla deve dire questa parola, me l’ha data lui la parola d’ordine: “È fiorita la primavera”. Lo ricordo ancora benissimo, è fiorita la primavera, e lei la consegna. Difatti, dopo forse un quindici giorni, diciassette giorni, arriva un tizio e dice: son qui a prendere una valigia. È fiorita la primavera. Io consegno la valigia. E lui: vuol vedere cosa c’è dentro? E io: non so, mi han detto che non ci sono cose compromettenti, qui dentro non è ancora scoppiata nessuna bomba... Lui apre e... Era piena di soldi, di mille lire di allora, piena zeppa. Mi dice: io faccio parte del Cln di Milano, sono un partigiano. Io conosco i trascorsi della sua famiglia, quindi son venuto da lei. Purtroppo ho usato questo mezzo. E adesso le rivolgo l’invito, chiaro e preciso: lei vuole fare parte dei partigiani? Io ho accettato subito. Sì. Nei limiti del possibile, ma con entusiasmo».
«E così ho fatto il sacerdote e il partigiano allo stesso tempo».


Inizialmente ha il compito di portare informazioni e denaro ad altre formazioni partigiane, in modo particolare a quelle dislocate in Valsesia e in Val d’Ossola. Approfittando della maggiore libertà di movimento concessagli dall'abito che indossa, svolge un'importante attività di collegamento tra i partigiani della valle del Ticino e del Lago Maggiore. Si muove in treno: nella valigia, sotto libri e paramenti sacri, nasconde ordini, armi, munizioni.

Con il passare dei mesi il suo impegno partigiano si intensifica. Collabora strettamente con la Divisione Magenta delle Brigate Garibaldi, guidata dal comunista Anselmo Arioli, il comandante "Lucio". Tra i due nasce un rapporto di stima e amicizia che porterà, decenni dopo, il comunista Arioli a volere accanto al proprio letto di morte il sacerdote. 

Il suo oratorio, come altri della zona, diventa il punto di riferimento di un nucleo di circa trenta partigiani. Don Virginio è nominato comandante del distaccamento di Ponte Vecchio della 168esima Garibaldi "Franco Parmigiani" e assunse anche l’incarico di cappellano della Brigata cattolica Colombini, costituitasi nel marzo del 1944 e collegata ai nuclei resistenziali cattolici dell’Alto Milanese. In seguito viene aggregato alla Divisione cattolica "Alfredo Di Dio" che opera prevalentemente nella zona di Busto Arsizio. Continua a collaborare con la 168esima: distribuisce ordini, informazioni, denaro. Un'attività intensa e pericolosa: la sua casa è perquisita più volte, subisce il pestaggio di un ufficiale nazista, viene arrestato e rischia la fucilazione.

Nei giorni convulsi della Liberazione gioca un ruolo decisivo per scongiurare scontri tra una grossa colonna tedesca in ritirata, circa seimila uomini provenienti da oltre il Ticino, e i partigiani del Magentino. È don Virginio, infatti, a convincere i partigiani di Arioli dell'assurdità di un attacco che avrebbe potuto rivelarsi disastroso, dal momento che i tedeschi avevano piazzato all'ingresso di Pontevecchio due cannoni antiaerei da 88 con alzo zero verso Magenta, minacciando una rappresaglia in caso di attacco partigiano. Ed è sempre don Virginio a far parte della delegazione che concorda con il comando tedesco del paese, dopo lunghe trattative, la resa delle forze naziste.

Alla fine della guerra gli vengono conferiti il diploma di "Combattante di distaccamento" e di "partigiano ferito", mentre per il valore militare mostrato riceverà nel 1972 la "Croce al Merito".

Don Virginio continuò il servizio di coaudiutore a Pontevecchio fino al 1952, quando fu trasferito a Brunello, in provincia di Varese. Dal 1968 diventò parroco di Sant'Alessandro a Cascinetta di Gallarate, dove ha lasciato un ricordo indelebile di sacerdote appassionato, amico dei giovani (del Sessantotto disse: «Fanno male i giovani a protestare... così poco!»), aperto al dialogo e impegnato per il sociale.