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10 NOVEMBRE 2017

Valore donna

Il 2 novembre dell’anno scorso ci lasciava Tina Anselmi. Una donna, il cui ingresso al Ministero del Lavoro e Previdenza sociale nel 1976, ha rappresentato per il nostro Paese il raggiungimento di un traguardo storico.

Sono passati più di 40 anni, ma ancora in Italia non riusciamo a superare una cultura di diffidenza che si avverte quando a scendere in campo è una donna. Una diffidenza che però non possiamo tollerare. 
 

Troppe criticità si annidano nei pregiudizi e negli stereotipi che, malgrado i notevoli progressi realizzati, continuano a penalizzare le donne nell’organizzazione della vita familiare, professionale e ancora di più in quella politica. Tanto negli avanzamenti di carriera e nelle assunzioni di responsabilità, quanto nelle differenze di contribuzione a parità di mansioni. E se è vero che i ruoli di leadership rivestiti dalle donne all’interno di organizzazioni che una volta si ritenevano quasi esclusivamente appannaggio degli uomini oggi sono cresciuti, sono ancora troppe le donne che lasciano il lavoro dopo la nascita del primo figlio o che se lo riprendono lo fanno percependo stipendi più bassi o pensioni più basse. 
Anche in politica il tema della presenza femminile riveste, purtroppo, una grande attualità. 

Se le donne nelle aziende - come dimostrato - aumentano la produttività, adesso l’obiettivo è quello di valorizzarne la presenza come forza propulsiva per il cambiamento. Soprattutto in politica. 
 

A Milano possiamo vantare il risultato di aver raggiunto più elette, sia in Consiglio comunale che in quello della Città Metropolitana, e nel nostro partito il numero di donne supera la metà, ma quello che è indispensabile fare è creare una nuova cultura politica e sperimentare nuovi modi di agire all’interno delle istituzioni dando appunto valore alle donne.
 

Ciò che abbiamo fatto e i risultati raggiunti a livello metropolitano, tuttavia, non bastano. Se solo volgiamo lo sguardo alla Regione Lombardia scopriamo che in Consiglio regionale siamo ben lontani da una equa ripartizione di genere: solo il 20% è donna. Non va meglio se guardiamo all’occupazione femminile: si registra un 57,2% di occupazione. Una percentuale di gran lunga inferiore a quella della media dei 28 paesi europei (61,6%), e molto più distante dai record di Svezia, Norvegia e Germania. 
 

Non è solo una questione di rappresentanza che può risolversi con un adeguamento della legge elettorale, l’amministrazione leghista di questa Regione sta vanificando il percorso verso la promozione di politiche di genere, quando non addirittura promuove normative che mortificano il ruolo delle donne. Risale a qualche mese fa la decisione di Regione Lombardia di istituire un Albo Regionale dei centri anti violenza e delle case rifugio. Una modalità che impone la registrazione anagrafica delle vittime e che stravolge il principio di riservatezza, che ha permesso finora a tante storie di emergere dal silenzio, grazie soprattutto alla garanzia di anonimato che gli operatori per decenni hanno riconosciuto alle donne. Una decisione irragionevole che rischia di compromettere il prezioso lavoro dei centri anti violenza e di minare il supporto alle vittime.

Aderire alla Conferenza metropolitana delle Donne Democratiche è un passo importante per valorizzare il ruolo e la leadership femminile e, in vista dell’appuntamento delle elezioni regionali del 2018, un’opportunità fondamentale per dare un contributo al programma della Lombardia di domani. E perché no, far sì che questo sia un po’ più al femminile.